Le considerazioni del mese di Gennaio 2026 di Giovanni Monchiero
Non è la riforma(parlo di Sanità)
Lunedì mattina ho accolto con entusiasmo l’annuncio che il Consiglio dei ministri avrebbe
esaminato, nel pomeriggio, il disegno di legge-delega per una prossima riforma sanitaria.
Necessario aggiungere che la lettura del documento mi ha immediatamente suscitato perplessità, poi
delusione e infine sconforto.
Già la scelta del mezzo (il decreto legislativo) appare non coerente con una volontà di revisione
organica di materia così complessa e tradisce l’intenzione di limitare l’intervento del Parlamento
sulla formulazione del provvedimento finale. Ma bisogna ammettere che, con i tempi e i rapporti
che corrono tra i gruppi parlamentari, riunire tutti attorno ad un tavolo riformatore rasentava
l’utopia.
Nel contenuto della delega si va ben peggio. Al primo punto l’integrazione ospedale-territorio,
araba fenice della nostra sanità. La si dovrebbe ottenere rivisitando il DM 77, e delineando “sistemi
integrati di trasporto secondario”, gestione dell’emergenza e “modelli organizzativi integrati” che
garantiscano ai professionisti “percorsi integrati di carriera”. Il concetto di integrazione compare
una volta per riga. Repetita iuvant.
Come secondo punto si individuano gli “ospedali di terzo livello”, strutture di eccellenza con
bacino di utenza nazionale e sovranazionale. Potrebbe apparire una novità. È, invece, una vecchia
storia: la cattiva abitudine di promuovere il meglio quando siamo carenti nel bene. Tra gli elementi
di criticità del SSN, nessuno annovera l’alta specialità, i centri per i trapianti o per i grandi ustionati.
Le lamentele riguardano il quotidiano: l’accesso alle cure, le liste d’attesa, le residenze per anziani
non autosufficienti, i servizi domiciliari. Puntare sui grandi ospedali tradisce carenza di visione e
sembra, più che altro, una manovra diversiva.
Il terzo punto è dedicato agli “ospedali elettivi”. La novità lessicale sta ad indicare le strutture
ospedaliere per acuti prive di pronto soccorso, vale a dire la quasi totalità del privato convenzionato.
A parte il nome, nulla di nuovo.
Si prosegue nella banalità. Ulteriori restrizioni per le strutture complesse; rilancio
dell’appropriatezza, delle buone pratiche, della centralità della persona, dell’informatizzazione e
persino della bioetica. Si conclude con i buoni propositi: migliorare i servizi rivolti alla
neuropsichiatria, alla salute mentale e alle dipendenze; integrare sanità e socio-assistenza; riordinare
medici di famiglia e pediatri, “anche al fine di valorizzarne il ruolo nell’ambito dell’assistenza
territoriale”.
Precisazione, quella virgolettata, decisamente superflua che vale ad introdurre i rilievi alla forma. Il
testo è una sorta di campionario di tutti i difetti della nostra legislazione, retorica, ridondante,
oscura. I paragrafi d) e h) esigerebbero una traduzione in lingua corrente che li renda intelleggibili.
Cito una perla: in materia socio sanitaria si andrà alla ricerca di “criteri organizzativi che
assicurino in termini di effettività” l’auspicata integrazione. L’impegno ad assicurare dev’essere
apparso debole. Meglio aggiungere l’effettività.
Merita, infine, una chiosa la proposta di un “modello di presa in carico volto a limitare fenomeni di
mobilità”. Chi vede nella presa in carico la regola aurea di un SSN incentrato sulla funzione di
tutela potrebbe anche gioire di questa innovazione. Ma perché assegnarle un fine così incongruo e, a
livello di sistema, irrilevante ?
No, questa non è una riforma. È una serie di toppe messe qua e là a caso, senza una visione
organica, quasi a inseguire doglianze di settore. Manca persino una terminologia comune.
Non è la riforma che proponiamo da anni, ma può essere un’occasione. Finalmente la politica che
credevamo sorda ad ogni ipotesi di cambiamento iscrive nella sua agenda la “la revisione del
modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale”. Testuale, nel titolo.
Chi crede nella riforma ha il dovere di farsi sentire. La discussione, in parlamento, della legge di
delega offre l’opportunità ai tecnici (economisti, manager, docenti, professionisti) di intervenire sul
merito delle questioni, di insistere per una delega più ampia che disegni i contorni del rinnovamento
globale di cui il SSN ha disperato bisogno. Chi lo sostiene da sempre non può limitarsi a qualche
ironia per poi lasciare che gli eventi facciano il loro corso.
Il trombettiere, anziché la sveglia ha suonato la libera uscita e ha preso anche qualche stecca. Ma il
segnale è arrivato, squillante. Vietato girarsi dall’altra parte e sonnecchiare.
16 gennaio 2026
La nostra legge quotidiana
Dopo l’assassinio di La Spezia – accoltellamento fra studenti all’interno dell’edificio scolastico – il
ministro Valditara ha proposto l’adozione del metal detector all’ingresso delle scuole e invocato una
legge, non meglio specificata, mentre la Lega ricordava a tutti di avere già proposto in parlamento
nuove norme in materia di detenzione e vendita di armi da taglio.
L’episodio ha suscitato generale costernazione e il Ministro – bisogna riconoscerlo – ha detto parole
composte, cosa che non sempre gli riesce. Passata l’emozione del momento, rimane il solito
approccio: nuove norme, più severe; nuovi controlli, più capillari; nuovi incrementi alle dotazioni
organiche delle forze dell’ordine. Probabile, anche stavolta, che se ne faccia poco o nulla: troppo
costose le tecnologie; difficoltose le assunzioni di carabinieri e poliziotti; arduo regolare vendita e
possesso dei coltelli, universalmente impiegati per altri usi.
L’inasprimento delle sanzioni non riesce ad arginare i comportamenti antisociali. È una storia
vecchia. Cesare Beccaria lo insegnava nel Settecento. Nonostante due secoli e mezzo di esperienza,
la psicologia delle masse si muove su itinerari immutabili: la prima reazione a fatti di cronaca
cruenti si traduce nella richiesta di nuove leggi.
Che peraltro non mancano. Andare a scuola con un coltellaccio in tasca è già severamente vietato.
Così come assassinare mogli e amanti; uccidere, al minimo sgarbo, sconosciuti; rapinare passanti,
svaligiare alloggi, borseggiare turisti o truffare anziani soli. Negli ultimi anni sono state introdotte
nuove specie di reato, a decine; su tutte il femminicidio e l’omicidio stradale. Non c’è sanzione che
riguardi comportamenti delittuosi forieri di allarme sociale che non sia stata inasprita. Senza
effetto.
A contrastare la severità delle leggi stanno, da una parte, l’ondivaga applicazione giurisprudenziale
e, dall’altra, lungaggini ed inefficienze amministrative. Hanno fatto scalpore due omicidi (scusate
un femminicidio ed un omicidio) perpetrati da persone ben note alla giustizia. Gabriel Valdez
Velazco, lo strangolatore di Aurora, la ragazza di Latina, era stato rinviato a giudizio pochi giorni
prima per avere violentato una connazionale. Si trovava a piede libero perché nonostante una
condanna a cinque anni, espiata con generoso sconto, ed altri precedenti di vario genere, al
Casellario Giudiziario risultava incensurato. Questo nel 2025, dopo decenni di investimenti in
informatizzazione che hanno smaterializzato (burocratese innovativo) ogni sorta di scartoffie e
costretto ignari ottantenni a dotarsi di identità digitale per comunicare con gli uffici pubblici,
nominalmente posti al loro servizio. Per ottenere l’aggiornamento del Casellario si renderà
necessaria una legge?
Il secondo caso è l’omicidio del capotreno di Bologna, anche qui ad opera di un pregiudicato, Marin
Jelenic, croato senza fissa dimora, che in Italia, come in patria, aveva accumulato una serie
lunghissima e variegata di reati minori. Entrambi erano stati oggetto di decreto di espulsione mai
eseguito, secondo consuetudine. Qualche parlamentare riterrà di proporre una legge affinché ai
decreti segua l’esecuzione ?
Aggiungo, a questa galleria di inadempienze, un fatto, non di sangue, che riguarda la sanità. Una
delle maggiori aziende ospedaliere d’Italia, nel chiudere i conti, ha cancellato ai propri dipendenti
300.000 ore di lavoro straordinario. A chi ritiene che medici ed infermieri scarseggino e che assai
prezioso sia il loro lavoro, questa decisione può apparire una somma ingiustizia, cui porre rimedio
con una buona legge.
Diversa, ovviamente, da quella applicata nel caso di specie. Che qualcuno ha scritto e mille
23 gennaio 2026
Un giudice a Berlino
Quando si insegnava la storia sin dalle elementari, la si rendeva più accattivante con l’inserimento
di fatti curiosi o simbolici. Allora andava di moda l’eroismo. Chi non ricorda, nel sussidiario, le
illustrazioni di Muzio Scevola, con la destra nel braciere; Orazio Coclite, da solo a fermare gli
etruschi sul ponte Sublicio; ed Enrico Toti, mentre lancia la stampella contro il nemico?
Non mancavano le perle di saggezza. Alessandro Magno andò a rendere omaggio e ad offrire aiuto
a Diogene che conduceva una vita di stenti e alloggiava in una botte. Si sentì rispondere: “Spostati
che mi nascondi il sole”. E commentò : “Se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene”. Episodio
edificante, tramandato nei secoli.
Tra i tanti aneddoti, mi è rimasta impressa la vicenda del mugnaio espropriato da Federico il Grande
di Prussia, che reagì con la celebre frase: “Ci sarà pure un giudice a Berlino !”. Le libertà
democratiche si sarebbero affermate in Europa un secolo dopo. A metà settecento, la fiducia nella
giustizia proclamata con tanto coraggio da un popolano, ci dice che la applicazione delle leggi –
autorevole, autonoma ed onesta – sta alla base della convivenza civile. Ed è aspirazione antica come
la società.
Oggi stiamo vivendo una diffusa crisi della giustizia, specie per come viene percepita. La
scarcerazione dei coniugi Moretti, dietro versamento di cauzione, in Italia ha suscitato grande
sdegno. Il nostro governo ha deciso di cavalcare l’onda e di richiamare l’ambasciatore. Persino
Tajani, campione di diplomazia della mitezza, ha usato parole di fuoco contro il modo con cui in
Svizzera si stanno conducendo le indagini e la remissione in libertà ai presunti colpevoli.
Nel nostro ordinamento questo istituto non esiste. È però presente in molte legislazioni, specie nei
paesi protestanti. All’inizio del novecento, Max Weber collegò lo spirito del capitalismo all’etica
calvinista che vede nel successo economico un segno della grazia divina. Per il cattolicesimo,
invece, gli uomini davanti a Dio sono tutti uguali, ricchi e poveri. Le leggi della società civile si
evolvono nel tempo senza accantonare convincimenti antichi, stratificati nella coscienza comune.
Detto che a noi la libertà su cauzione non piace, resta comunque una legge in vigore in uno stato
democratico e non ha senso pretenderne la disapplicazione. L’ambasciatore svizzero ha garantito
che per i risarcimenti saranno adottati criteri eccezionali, ma ha ribadito l’ovvio principio che
l’autorità politica non può interferire nel procedimento penale. Meno che mai quella di un altro
paese. Alla fine, si è trovato un compromesso: un team di investigatori italiani, specializzato in reati
contro la sicurezza, collaborerà con la magistratura del Canton Vallese. Offriamo esperienza
tecnica, nella speranza che le procedure siano più rapide delle nostre. In ogni caso, un giudice a
Sion c’è.
Siamo stati un popolo di migranti (per la retorica Mussoliniana, “trasmigratori”) e i casi di cronaca
che riguardano italiani all’estero sono molti. A Minneapolis le retate di clandestini da parte della
polizia speciale dell’ICE sono state condotte con particolare disumanità. La furia persecutoria ha
portato all’uccisione di due cittadini americani, tra i quali un infermiere di origine italiana, Alex
Pretti, colpito, mentre era a terra, da dieci pallottole alla schiena. Per i casi del destino, italiano è
anche il capo dei federali impegnati nelle operazioni: Gregory Bovino. Dopo l’iniziale rigetto di
ogni critica, la posizione di Trump si è un po' ammorbidita. Gli agenti responsabili dell’uccisione
sono stati sospesi dal servizio, Bovino rimosso.
A questo punto la dolorosa vicenda dovrebbe condurre a un giusto processo. Con la speranza che un
giudice si trovi anche in America.
30 gennaio 2026

