GIOCHI PER LA SUCCESSIONE A MACRON


In vista delle elezioni presidenziali dell’aprile 2027, a poco meno di un anno
dallo svolgimento del primo turno, la competizione per la conquista dell’Eliseo
è partita e si accinge ad entrare nel vivo della competizione .
Jean-Luc Mèlenchon, indiscusso leader di “La France Insoumise”, con
l’annuncio in data 3.5.26 della propria candidatura (la quarta volta) ha dato
l’abbrivio alle danze, iniziando la raccolta tra seguaci e simpatizzanti delle
150.000 firme necessarie per l’investitura popolare .
Lo scenario geopolitico attuale vede un campo frammentato, un fronte
repubblicano indebolito e “Le rassemblement nationale”, saldamente in testa,
come certificato in maniera non equivoca dai risultati dei vari sondaggi
disponibili; RN è dato al primo turno tra il 35-36%, ma il nome del candidato
non è definito, in quanto c’è la pendenza giudiziaria a carico di Marine Le
Pen.
La Le Pen, in seguito alla condanna riportata in primo grado il 31.3.25 per
appropriazione indebita (accusa di sottrazione ingente somma di circa 4,5
milioni di euro all’Europarlamento, per finanziare le attività del partito di
appartenenza), è stata dichiarata ineleggibile per cinque anni, con statuizione
immediatamente efficace. Il processo d’appello celebratosi nell’arco di un
solo mese, si è concluso il 12.02.26, ma la sentenza è attesa entro l’estate
prossima: se fosse confermata l’affermazione di penale responsabilità, Ella
rimarebbe fuori dalla corsa fino al 2030. In quel caso il candidato naturale
sarebbe Jordan Bardella, 29 anni – presidente del partito e delfino designato,
suo fedelissimo – destinato a battere il primato macroniano e diventare il più
giovane Presidente della Repubblica francese di sempre. Come attestato di
fedeltà, ha dichiarato che la sua candidatura è subordinata all’indisponibilità

definitiva della Le Pen, perché nel caso contrario si è dichiarato pronto ad
..accontentarsi della carica di Primo Ministro.
La candidatura di Bardella sembra poter contare su vasto appoggio,
superiore a quello a disposizione della leader storica; ma quello che resta
assodato è che il RN ha cessato di essere partito escluso dal sistema, in
quanto il cd. cordone sanitario, cioè l’appello delle altre forze a erigere un
argine repubblicano finalizzato a tenere fuori da suprema magistratura
repubblicana il partito di destra , si è incrinato una volta per tutte.
Per decenni il meccanismo del “fronte repubblicano” ha svolto la funzione di
valvola di sicurezza del sistema politico francese; il caso più emblematico
resta la rielezione di Jacques Chirac nel 2002, con l’82% dei voti nel
ballottaggio contro Jean-Marie Le Pen. In quella occasione si diede forma ad
un’alleanza trasversale, innaturale, tenuta insieme dalla logica da crociata –
tipo Santa Alleanza 1815, conclusa a Parigi dagli Imperi centrali, Russia,
Prussia e Austro-ungarico, per preservare l’ordine uscito dal Congresso di
Vienna, con la restaurazione post napoleonica dell’assolutismo regio – di
impedire alla destra di arrivare al potere supremo in ambito nazionale. Il
sistema politico d’oltralpe, infatti, è caratterizzato dalla forma di governo
semipresidenziale delineata nella Costituzione della V Repubblica; dopo il
1962, con l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica,
tale forma di governo conobbe l’evoluzione in senso decisionale e
carismatico, in quanto la figura del Capo dello Stato accentra su di sé una
tale sommatoria di potere e prestigio, nazionale e internazionale, da far
ricordare la figura di un sovrano (Il monarca repubblicano secondo icastica
espressione di Maurice Duverger; cfr Sara Gentile, “Mitterand il monarca
repubblicano, la trasmissione del carisma nella V Repubblica”, Milano 2000, e
più di recente, Rino Casella, “Il Monarca repubblicano. La figura del Capo
dello Stato nell’evoluzione costituzionale francese”, Napoli 2009) Sia
consentito, last but not least, sui fenomeni crescenti di personalizzazione

della politica e i connessi rischi di deriva plebiscitaria, rimandare a saggio
lucido ed attuale di Alfonso Celotto, Oligocrazia, Firenze 2026. Attualmente
sia Le Pen che Bardella son trattati da interlocutori istituzionali, mentre il
processo di integrazione culturale e politica è alquanto avanzato da rendere
concreta, per la prima volta nella storia della V Repubblica, la provenienza
dell’Inquilino dell’Eliseo dalle fila del partito di destra. Oggi il meccanismo del
fronte repubblicano o del cordone sanitario è desueto e non più riproponibile;
i dati degli ultimi sondaggi attestano che mentre il 63% dei Francesi si
dichiara disposto a fare scudo contro l’avvento all’Eliseo di Melenchon, tale
percentuale scende sotto il 45% contro il Rassemblement National. Si assiste
ad un ribaltamento simbolico di decenni di cultura politica, per cui non si può
più pescare a destra il nemico capace di far coalizzare tutti gli altri, mentre in
ipotesi tale meccanismo preclusivo – cfr. notoria “conventio ad excludendum”,
conosciuta pure come democrazia bloccata –potrebbe funzionare contro
l’estrema sinistra. Le ragioni sono molteplici, dalle posizioni di La France
Insoumise sul conflitto mediorientale, alle ambiguità nei confronti dell’aspro
confronto tra NATO e Russia, sin alle accuse di derive antisemite tollerate in
frange all’interno del movimento. L’insieme di questi elementi ha eroso la
credibilità di Melenchon al di fuori della base più ortodossa, ma con la
conseguenza sistemica paradossale che tale erosione non avvantaggia
nessun altro candidato di sinistra in modo significativo, mentre consolida
ulteriormente le RN, percepito dall’elettorato moderato ed indeciso come
male minore.
Occorre evidenziare come la Francia 2026-inizio 2027 presenta uno scenario
politico molto più aperto e, al contempo, maggiormente incerto di quello che il
funzionamento del regime presidenziale aveva assicurato sinora.
La Francia tardomacroniana è un Paese segnato da varie crisi, lontano dalla
proverbiale Grandeur e dai passati fasti imperiali di matrice gaullista, Nazione
costantemente in bilico tra europeismo e spinte sovraniste, instabilità e

immobilismo riformatore. Dall’estate 2004, quando Macron si è determinato
allo scioglimento anticipato (dissolution) dell’Assemblea nazionale dopo la
sconfitta alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, Parigi ha
attraversato un periodo di turbolenza istituzionale, con una sequenza di
governi di minoranza, incapaci di aggregare maggioranze coese e stabili, un
confronto aspro e serrato sui temi sociali (riforma delle pensioni) e quelli di
più spiccata rilevanza europea: fondi PNRR, rispetto della clausola di
stabilità, politiche migratorie e controllo delle frontiere, etc.

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In breve, la società francese ha subito un processo, coevo alla
globalizzazione, di progressiva deidentificazione, con dequotazione dei fattori
individualizzanti. Premesso che, pure a causa dell’assai instabile scenario
internazionale (cfr. annunciata iniziativa presso ONU di instare per l’adozione
di una risoluzione di condanna del governo di Israele per la conduzione della
campagna militare in Libano), undici mesi sono una eternità e quanto è
avvenuto nell’ultimo mese non ha decretato ancora l’avvio della campagna
ufficiale per le presidenziali della prossima primavera; ebbene tanto
premesso, si assiste ad una ridefinizione degli equilibri, al riposizionamento di
candidati, consci del poco tempo e della lunga strada da percorrere per
presentarsi credibili all’appuntamento elettorale.
Melenchon è scattato per primo, costringendo tutti i restanti a fare i conti con
la sua candidatura; Bardella aspetta l’estate e la pubblicazione della sentenza
sul processo a Marine Le Pen, non scalfita nel ruolo di “premiere femme”
dalla disavventura giudiziaria; Edouard Philippe, sindaco di Le Havre,
Premier 2017-20 e fondatore del partito “Horizons”, tesse pazientemente dal
settembre 2024 la sua ragnatela; Gabriel Attal, segretario di Renaissance
(succeduta a “La Rèpublique en Marche!”) e primo uomo dichiaratamente
omosessuale a ricoprire in Francia la carica di Primo ministro, attende il

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momento giusto, in concomitanza con l’imminente uscita del suo primo libro
autobiografico; Raphael Glucksmann, leader di “Place publique” e figura
socialdemocratica con forte ancoraggio europeo, sta cercando di intercettare
elettorato centrista orfano di Macron. Infine, remota ma sempre più
accreditata, appare la candidatura dell’attuale primo ministro Sebastien
Lecornu, altro fedelissimo macroniano, che ha dato prova di duttile abilità (per
i detrattori, sfociata nel trasformismo) nell’approvazione della legge di bilancio
2026, alleandosi col Partito socialista e sacrificando l’entrata in vigore della
Riforma pensionistica, invisa a mondo sindacale e lavoratori. A fronte della
popolarità crescente, depone in suo sfavore la constatazione che nella storia
della V repubblica francese nessun primo ministro è diventato direttamente
presidente, mentre negli ultimi quasi 70 anni di regime semipresidenziale
soltanto due exPremier – Georges Pompidou e Jacques Chirac – hanno vinto
le elezioni presidenziali.
La Francia quindi si è sempre più avvicinata ai vizi italici, mentre sotto il
profilo della stabilità temporale l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni,
apprestandosi a settembre prossimo a diventare il più duraturo dal 1948, si
avvicina all’agognato traguardo del governo di legislatura.
Roma, 2 giugno 2026 – Festa della Repubblica
Jacopo Severo F. Bartolomei