Economia, Livolsi traccia il bilancio del 2025: “Un’Italia stabile ma immobile”

 

ROMA – “Il 2025 si chiude con un’Italia più solida di quanto molti si aspettavano a inizio anno. Lo spread Btp-Bund è rimasto sotto i 150 punti base (dati Banca d’Italia), il rating sovrano è migliorato secondo Fitch Ratings e il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, massimo storico stando alle rilevazioni dell’Istat. In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e ritorno del protezionismo, la stabilità dei conti pubblici rappresenta un risultato importante”. Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., traccia il bilancio economico del 2025 del nostro Paese nell’ultimo appuntamento di quest’anno della sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco. “Tuttavia- continua- la stabilità non coincide con la crescita. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il Pil italiano aumenterà solo dello 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. È il paradosso di fine anno dell’Italia: il Paese non arretra, ma continua a muoversi molto lentamente. Il contributo del Pnrr ha sostenuto l’economia, con un impatto stimato in +0,8 punti di Pil nel 2025 e +0,6 nel 2026, sulla base delle valutazioni del Centro Studi Confindustria. Si tratta però di una spinta temporanea. Con il progressivo esaurirsi delle risorse straordinarie, emergerà con chiarezza il problema strutturale irrisolto: la produttività. Negli ultimi 20 anni la crescita media annua del Pil pro capite italiano si è fermata intorno allo 0,4%, come indicano le elaborazioni di World Bank e Ocse, ben al di sotto della media europea”.

“Le cause sono note- spiega Livolsi- Un tessuto imprenditoriale frammentato, mercati finanziari poco profondi – la capitalizzazione della Borsa vale circa il 38% del Pil (dati Borsa Italiana e Ocse) – e una difficoltà cronica nel trasformare il risparmio privato in capitale per la crescita. A questo si aggiunge il nodo del capitale umano: nei primi sei mesi del 2025 le nascite sono calate del 7% rispetto agli stessi mesi del 2024 (Istat). Il problema è aggravato da una carenza strutturale di competenze. Meno della metà degli italiani possiede capacità digitali di base (Istat-Eurostat). Non deve quindi sorprendere che solo l’8% delle imprese utilizza applicazioni di intelligenza artificiale, come rileva la Commissione europea. La politica economica ha scelto la prudenza, che tuttavia, senza una visione, rischia di trasformarsi in inerzia”. “Il vero pericolo per il 2026 non è una crisi improvvisa, bensì una stagnazione a bassa crescita, già sperimentata in passato. In questa direzione, fa ben sperare il ritorno in manovra di 3,5 miliardi per le industrie, tra Transizione 5.0, Zes unica e Transizione 4.0. Nel prossimo anno- conclude Livolsi- vedremo se l’Italia saprà usare la stabilità come punto di partenza o se si limiterà a galleggiare, con il rischio di aumentare la fragilità sociale”.

pubblicazione su Dire : 23-12-2025